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L'Arte della ceramica a Vietri sul Mare
L’arte della ceramica a Vietri sul Mare, oltre che un’attività economica
importantissima, è un artigianato fantasioso che coglie il fascino dei
colori della costiera amalfitana e che, ancora oggi firma il paese e
tutta la zona in maniera inconfondibile. Essa ha tradizioni
antichissime, anche se purtroppo non documentabili con attribuzioni
certe per l'impossibilità di distinguerla dalle ceramiche coeve
dell'arco campano.
Le origini si fanno risalire probabilmente ai Tirreni, fondatori di
Marcina, come testimoniavano alcuni ritrovamenti avvenuti a Raito nel
1929-30 purtroppo andati distrutti.
La storia della ceramica vietrese è comunque, per certi versi, legata
alla complessa vicenda di quella salernitana, che aveva diversi centri
di produzione sparsi un po’ ovunque. Vietri aveva, però, il vantaggio,
rispetto ai centri interni, di essere vicina al mare, di essere legata a
Cava di cui fino al 1806 è stata un casale, e di usufruire dei risvolti
positivi degli scambi commerciali di Amalfi e Salerno con il mondo
orientale che avevano contribuito, non poco, alla fusione dei motivi
della ceramica bizantina e greca con il mondo latino.

Figura 1. 14. Pannello ceramico di Diodoro Cossa
Notizie di una intensa e fiorente attività legata alla produzione della
ceramica, per lo più materiale da costruzione, risalgono al XIV secolo
come si attesta da alcune documentazioni presso la Badia di Cava. È
infatti di quel periodo la grande richiesta di tegole e mattonelle,
prodotte nel vicino casale di Vietri sul Mare, da parte dei maestri
fabbricatori di Cava che avevano consistenti interessi produttivi e
commerciali legati all'attività edilizia.
Per avere una documentazione certa dell'industria del cotto a Vietri
occorre però arrivare al XVI secolo. La produzione di questo periodo era
abbondante in relazione a una domanda sempre crescente. Venivano
prodotti utensili da cucina e contenitori per la maggior parte non
smaltati e manufatti di uso domestico quali piatti, lancelle per la
conservazione dell'acqua, orcioli, scodelle e piccoli vasetti per
custodire spezie e droghe.
Il salto qualitativo si ebbe nel XVII secolo, favorito molto
probabilmente, dall'immigrazione di artigiani abruzzesi e irpini per cui
la ceramica vietrese si arricchì di più compiute forme e decorazioni
artistiche. È quello il periodo a cui risalgono gli oggetti legati al
culto religioso come le acquasantiere domestiche, le piastrelle
maiolicate a soggetto religioso, i pannelli e le edicole votive ancora
sparse nei vicoli e nelle stradine della zona.
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Figura 1. 15.Crocifisso fra Santi (1627)
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Figura 1. 16. Madonna delle Grazie (1687)
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La più antica testimonianza di mattonella risale al 1627, murata
nell'istituto delle suore della Carità a Raito, che rappresenta il
Cristo in Croce con ai lati rispettivamente S. Antonio da Padova e S.
Francesco.
Un altro esemplare, datato 1687, è incastonato in un muro esterno di
Raito, e raffigura la Madonna delle Grazie e due Santi. Vi sono numerose
altre mattonelle di tal genere lungo le strade di Vietri, dei paesi
della vicina costiera amalfitana, di Cava, di Salerno e perfino della
Valle dell'Irno che stanno a dimostrare la dimensione di ciò che dovette
essere la diffusione e la tradizione di questi motivi iconografici.

Figura 1. 17. Fuga in Egitto (1761)
Proprio nella piazza di Vietri esiste tuttora un grande pannello murale
composto da 42 mattonelle raffiguranti la Madonna, la Maddalena e S.
Giovanni ai piedi della croce, sullo sfondo è un paesaggio e nel cielo
figurano puttini recanti i simboli della passione di Cristo. Altro
centro particolarmente ricco di queste rappresentazioni religiose è
Raito. Una di essa, la fuga in Egitto, datata 1761, presenta sullo
sfondo un paesaggio accidentato, coronato da una lunga fila di monti di
cui sono resi solo i contorni, la figura di Maria con Bambino in groppa
all'asino, preceduta da S. Giuseppe che le rivolge uno sguardo di tenera
apprensione.
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Figura 1. 18. Lucerne ad olio
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Figura 1. 19. Orciuoli
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La produzione del XVIII secolo ha lasciato maggiori testimonianze anche
sotto l'aspetto degli oggetti di uso popolare e di suppellettili come
ogliaruli, lucerne e vasellame decorati con motivi semplici, di gusto
narrativo e con scene di vita popolare che continuò a tenere in vita
l'autentico stile vietrese con toni soffusi di un intenso calore umano.
Alcuni esemplari mostrano figure di viandanti solitari in
paesaggi collinari degradanti verso il mare, ma il motivo decorativo più
frequente è la marina rappresentata in varie dimensioni e in qualsiasi
forma, ispirata proprio alle vedute della costiera amalfitana, ovunque
ben delineata dalle alte e ripide montagne sullo sfondo.
Il XIX secolo viene ricordato soprattutto per la rifioritura della
cosiddetta “riggiola” o piastrella con decorazioni geometriche, astratte
e naturalistiche interamente eseguite a mano, con cui si iniziano a
realizzare pavimenti e rivestimenti. Tra i pezzi più significativi di
questo periodo sono le piastrelle ottagonali dedicate a S. Giovanni
Battista del 1735 e a S. Giovanni Decollato del 1762 custodite nel Museo
della Ceramica a Villa Guariglia.
Agli inizi del XX secolo la produzione di ceramica a Vietri sul Mare
attraversava un periodo di stasi creativa e produttiva. Continuava, per
lo più, la produzione di riggiole e di stoviglie, la cosiddetta “robba
siciliana”, in cui si ripeteva stancamente la decorazione a spugna o a
greca (di ambito napoletano) sui bordi dei piatti da conserva, nei
colori verde ramina e con decorazione centrale, prodotta dalle faenziere
di Andrea Avallone, Buonaventura Gargano, Vincenzo D’Amico, Antonio
Ferrigno e Vincenzo Savastano.

Figura 1. 20. Tegame
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La stagione più fertile
della ceramica vietrese è quella a cavallo tra le due guerre
(1920-1947), il cosiddetto “periodo tedesco” quando numerosi artisti
stranieri, per lo più di origine germanica, spinti dalla vita libera
che vi si poteva condurre e dal più basso costo della vita, si
insediarono nella zona formando una vera e propria colonia impegnata
nelle ceramiche locali; costoro, pur rispettando la tradizione
locale, rinnovarono gli stili e crearono nuove forme e nuove
decorazioni.
Tra i maggiori esponenti di quel felice periodo ricordiamo:
Riccardo Doelker, il primo artista d’oltralpe che rivoluzionò la
decorazione e la tradizione della ceramica vietrese grazie alla sua
impronta personale e al suo segno istintivo e creativo, carico di
immagini e di colore. La sua propensione verso i temi popolari,
dalle feste in costume alle processioni, dai temi pirateschi a
quelli guerrieri, da quelli ereditati dall’arte etrusca e dall’arte
cristiana, alla predilezione quasi francescana per gli animali, lo
rese particolarmente vicino a una sensibilità mediterranea che
esalta il colore e la fantasia. |

Figura 1. 21. Pignatta
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Nel 1923 plasmò con la creta la caratteristica figura del
“ciucciariello” che divenne il simbolo di Vietri e della sua ceramica.
Le sue pitture dalla spontanea espressività quotidiana davano anima e
suggestione al manufatto ceramico, fondendosi con esso, sia che fossero
vasi o brocche, e piatti o mattonelle;
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Figura 1. 22. Doelker: pannello
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Figura 1. 23. Riccardo Doelker: coppetta
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Figura 1. 24. Irene Kovaliska: tre pezzi
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Irene Kowaliska, che seppe
mescolare, in un’atmosfera di incanto, la cultura locale al mondo delle
favole della cultura centroeuropea di cui la letteratura nordica è
ricca.
La vita quotidiana delle popolazioni costiere del nostro Meridione,
nelle sue manifestazioni più semplici e dolci, sono riconoscibili nelle
sue opere, ma in questi elementi la Kowaliska non fa che esprimere se
stessa nella continua ricerca di due concetti: amore e felicità;
Barbara Margarethe Thewalt-Hannash realizza fantasmagorici gruppi di
Natività, iconici eppure eterei volti di donna, soggetti faunistici,
forme imprendibili di una fantasia che viaggia tra il mito e la
metafora, e che fanno conquistare alla produzione ceramica vietrese un
livello artistico non eguagliato per gusto, eleganza e raffinatezza. |
Gli stiletti animati e policromatici dai ricchi e forti contorni tonali,
i segni decorativi che rivelano atmosfere fiabesche ed orientali, il
misurato plasticismo sobriamente ludico, l’esilità degli smalti lievi
come raggi di luna, fanno della Thewalt-Hannash, Bab per gli amici, la
personalità più significativa del “Periodo Tedesco”;
Amerigo Tot, conosciuto come l’artista dell’età del bronzo per le sue
strutture maiolicate e bronzee, assume nel 1948 la direzione artistica
della fabbrica ceramica di V. Pinto che manterrà fino al 1952. Egli
realizza sculture-ceramiche, come le “Forme Abbracciate” che richiamano
dinamiche improntate a scansioni ordinate, dove l’adesione neocubista è
esaltata dall’intrecciarsi dei profili geometrizzanti delle figure.
Lascia a suo ricordo la maestosa statua sul piccolo molo di Positano;
Max Melamerson, proprietario dell’Industria Ceramica Salernitana (ICS),
apporta un significativo cambiamento nella produzione artistica della
ceramica vietrese. Pur mantenendo alcune tipologie ceramiche consolidate
dagli usi e dalla tradizione, diversifica la produzione modificando i
gusti floreali in espressioni baroccheggianti o in motivazioni di gusto
marino segnate da innovative notazioni cromatiche e proponendo un nuovo
linguaggio espresso dalla sensibilità ed abilità decorativa degli
artisti stranieri.
La fitta rete intessuta per una più ampia divulgazione della propria
produzione fa conoscere, grazie al prezioso contributo di Margarethe
Thewalt-Hannasc, Diesel Opel e Lothar Eglive suoi collaboratori, la
ceramica vietrese all’Italia e all’estero.

Figura 1. 25. Targa e piatto di Hannasch
Fra gli artisti italiani che
gravitano nell’orbita dei tedeschi, dobbiamo citare:
Guido Gambone, avellinese di nascita ma vietrese per adozione, un
artista dalla straordinaria creatività che ha attraversato con una
personalità forte e dirompente una stagione di grandi fermenti nella
ceramica vietrese.
Tra i più importanti ceramisti del XX secolo, Gambone riesce ad
affermarsi per il notevole talento nel rielaborare il patrimonio
proveniente dalla tradizione da cui riesce a cogliere lo spessore di
materialità mediterranea che ne costituisce il più autentico contenuto.
Una materialità che Gambone intravede, peraltro, non solo nella
originaria essenzialità delle tipologie formali e decorative, ma che
sente anche nelle procedure e nelle pratiche di utilizzo produttivo
delle materie.
L’amore per la pittura è, forse, la chiave della sua avventura
artistica, che divenne per Gambone il sentiero che lo conduce al di là
dell’orizzonte, oltre il confine del quotidiano, oltre l’orlato contorno
dei monti della propria terra. Nella sua produzione si manifesta
“un’esigenza umana”, come di chi abbia voluto imprimere il timbro del
suo personale lirismo alle suppellettili di tutti i giorni; Giovannino Carrano, con una sensibilità innata e continuamente coltivata, sviluppa
sin dall’adolescenza, un continuo dialogo con la ceramica e con Vietri.
Il suo stile è fondato su un grafismo equilibrato, morbido e senza
spigolature in cui il verde ramina e il manganese suggeriscono effetti
di campo ceramico e composto e spazi soffusi di ordinate atmosfere.
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Figura 1. 26. Giovannino Carrano: Sacra Famiglia
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Figura 1. 27. Guido Gambone: vaso monoansato a
decoro
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Egli assimila le
motivazioni del periodo tedesco ed artigiano, le narra con felicità
espressiva. Gli uomini e le cose, il mare e la terra, sono per lui
spettacoli del tempo; i gesti animati, ancorati a manualità arcaiche,
diventano rappresentazione del tessuto etnico vietrese.
Le storie omeriche e le favole di Esopo, le processioni rievocanti
Doelker, i cicli rurali e le temperie marine, le miriadi di animali e
cose, il mondo pastorale e le raffigurazioni floreali sono il
diversificato panorama decorativo della sua produzione. Egli è emblema
di vero artigiano, la sua tecnica e il lavoro quotidiano saranno per
Vietri esempio di notevole coerenza e di dignità di lavoro.
Tanti altri come Andrea D’Arienzo, Lucio e Pasquale Liguori, Mattia
Limongelli, Luigi Manzo, Salvatore, Vincenzo e Giosuè Procida, Giuseppe
Caporossi, Antonio Franchini, Franco Raimondi, Giovanni Sersante,
Alessandro Mautone, Matteo e Vincenzo Rispoli, con i loro personalissimi
stili legati alle tradizioni del luogo hanno dato e continuano a dare
lustro a questo lembo di terra della costiera amalfitana.

Figura 1. 28. Facciata di un negozio rivestita di ceramiche
Altri
artisti hanno lavorato in ceramica a Vietri sul mare, durante sporadici
intervalli della loro attività pittorica come Mario Carotenuto, Antonio
Petti, Peter Willburger, Vincenzo D. Patroni, Matteo Sabino, Virgilio
Quarta e Domenico Trasi conosciuti in quanto pittori disegnatori, dando
risultati originali e talvolta continuando sperimentazioni precedenti
come ad esempio l’impiego della sabbia insieme al materiale ceramico per
ottenere la porosità dell’impasto.
Un discorso a parte merita l’attività artistica di Ugo Marano, spesso
legata alla ceramica. Negli anni Settanta, Marano teorizza un progetto
di “Museo vivo”, spazio della vita, della crescita, della memoria
nell’ambito del quale viene ripresa “dal vivo” la stessa azione del
modellare e della sua progettualità.
Marano vede nella plasmabilità della ceramica un segno vitale e la
concettualità della sua arte si volge continuamente all’evidenza di quel
segno. Nel 1991 egli dà vita ad un gruppo di vasai (Vasai di Cetara) che
svolgono un lavoro libero da preclusioni accademiche o da schemi
scolastici, che sta dando i suoi frutti e che mostra un ampliamento in
senso geografico delle possibilità della ceramica lungo l’area
amalfitana.
Ma la ceramica a Vietri sul Mare è scritta anche nel paesaggio, nelle
mattonelle inserite nelle murature esterne e interne delle case o
incastonate nelle viuzze tortuose e talvolta nascoste dei paesi della
costiera. Vietri e gli altri centri della zona diventano così un museo
all'aperto, scandito dalla presenza delle numerose botteghe che, con i
loro piatti decorati, vasi e pannelli murali testimoniano di un'attività
ancora oggi molto vitale.
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